I punti basilari
I punti basilari che
Questo programma è stato inoltre arricchito con progetti specifici
Noi non abbiamo pregiudiziali ideologiche, religiose o razziali. Crediamo tuttavia che ogni Amministrazione locale abbia il diritto-dovere fondamentale di tutelare primariamente i propri concittadini.
Diamo naturalmente il benvenuto a chi arriva nella nostra città da altri Paesi, con regolari permessi e la capacità e la voglia di contribuire con il proprio lavoro al sostentamento ed al benessere della propria famiglia e dell’intera comunità.
Chi arriva portatore di culture, abitudini, leggi e tradizioni diverse dalle nostre deve tuttavia essere consapevole che Noi facciamo parte dell’Occidente, di una civiltà che ha radici culturali e storiche profonde, che si ricollegano alla convergenza tra le tradizioni ebraiche, greche e romane e l’eredità cristiana. Questa meravigliosa fucina ha generato i concetti fondamentali della nostra civiltà: il principio della libertà, il concetto di persona detentrice di diritti ed il primato della vita sulla morte.
La nostra tolleranza ed il nostro senso di solidarietà non devono però essere scambiati per accondiscendenza e resa.
L’accoglienza non deve tramutarsi in obbligo per il Paese ad essere sommerso da un’invasione indiscriminata, impossibile da gestire e da assorbire.
Le teorie multiculturali, da me non condivise, non devono debordare nell’odio di sé, nella sottovalutazione della propria cultura, nella perdita di identità da parte degli Italiani.
Relativismo culturale
Un modo perverso di interpretare la correttezza politica ed il rispetto della diversità è quello che fa riferimento al relativismo culturale. Relativismo culturale che, di fatto, legittima usi oscurantisti e barbarici, affermando, tra l’altro, che i diritti delle persone dipendono dalla loro nazionalità, religione e cultura. Per questo motivo, per esempio, se si concedesse asilo in Italia alle più becere richieste di instaurare le leggi del relativismo culturale, le donne musulmane non sarebbero più portatrici degli stessi diritti di cui possono godere le donne italiane, ma dovrebbero essere asservite alle leggi liberticide della Sharia.
La presenza di culture altre non deve e non può limitare la nostra libertà di pensiero e di parola, non deve mutare le nostre abitudini e le nostre tradizioni, la paura non deve costringerci a nascondere la testa sottola sabbia di fronte all’arroganza.
Credo che solo una Nazione forte, consapevole della grandezza della propria tradizione e della propria civiltà, sappia accogliere i portatori di altre culture in sicurezza. Essa deve pretendere rispetto e non adattarsi supinamente ai nuovi venuti e deve soprattutto inserire, fra i doveri di questi ultimi, l’acquisizione dei principi fondamentali su cui si basa la nostra democrazia, la nostra lingua e le regole di convivenza e di cittadinanza, la cui osservanza è l’unico mezzo concreto che possa consentire l’instaurarsi di una vera uguaglianza.
Sicurezza
Senza sicurezza non c’è libertà.
Cesena è una città apparentemente tranquilla. Se ci curassimo di guardare meglio e di leggere le cronache cittadine ci accorgeremmo, tuttavia, che è diventata un centro di smistamento del traffico di droga, che in certi quartieri, anche centrali, come l’ex Zuccherificio, aumentano il degrado e l’insicurezza, che furti, scippi e rapine, comminati a danno di esercizi commerciali, famiglie o singole persone, sono all’ordine del giorno.
Connessa a questo tema, poi, c’è anche la questione dell’immigrazione irregolare e clandestina. La Giunta di centro-sinistra si è rifiutata in questi anni di affrontare questo problema, che sta diventando di giorno in giorno più preoccupante.
Sicurezza significa anche vivere in una città veramente amica, con strade e piazze pulite ed illuminate, dove si esercita un continuo controllo sui vandalismi che danneggiano o deturpano il decoro urbano, dove i diritti del ‘popolo della notte’ si coniugano amichevolmente con quelli del resto della popolazione.
Il ruolo degli Amministratori locali in materia di sicurezza è diventato in questi ultimi anni sempre più importante.
Come capolista della
Occorre poi attuare una mappatura dell’area urbana per individuare, attraverso dati certi, le aree a più a rischio, da monitorare continuamente e dove concentrare le iniziative più urgenti (vigili di quartiere, illuminazione pubblica, videosorveglianza, colonnine SOS).
E’ inoltre indispensabile assumere iniziative continuative di controllo e repressione nei confronti: dei bivacchi e del consumo di alcolici o droghe nelle aree pubbliche; dello smercio di droghe; dell’insediamento di immigrati clandestini o comunitari senza fissa dimora in insediamenti abusivi; dell’impianto di imprese commerciali abusive o paravento per attività illecite o per il riciclaggio di denaro proveniente da attività criminose; di chi sfrutta lavoratori immigrati clandestini in ‘nero’.
Per realizzare questo programma, oltre ad un reale coordinamento tra tutte le Forze dell’Ordine, certamente maggiore di quello attuato finora, è necessario il potenziamento della Polizia municipale che deve anche essere appositamente formata.
Crediamo che, a questo proposito, un supporto indispensabile ai tutori dell’ordine locali sia rappresentato dalla collaborazione di associazioni tra cittadini non armati che segnalino alle Forze di polizia statali o municipali eventi o atti che possano arrecare danno alla sicurezza cittadina o situazioni di disagio sociale.
La sinistra sempre più ideologizzata e lontana anni luce dai problemi veri dei cittadini le ha chiamate ‘ronde’ con connotazioni in senso dispregiativo.
In realtà si tratta di gruppi di Assistenti civici volontari per la nostra sicurezza (che già operano da anni in tante città dell’Emilia-Romagna), figure appositamente addestrate e riconoscibili che operano in contesti considerati ‘a rischio’. Ci stupiamo che
Per quanto ci riguarda, se saremo chiamati ad amministrare Cesena, quello dell’istituzione degli Assistenti civici volontari (RomagnaSicura) sarà uno dei primi provvedimenti.
Immigrazione
In primo luogo dobbiamo distinguere tra immigrazione regolare e quella clandestina o irregolare.
Nell’ambito della prima, è evidente che ci sono immigrati provenienti da Paesi che, per identità culturale, religiosa, di tradizioni, ecc., possono essere facilmente integrati, una volta che abbiano acquisito le nostre regole e le nostre leggi, abbiano imparato la nostra lingua e, soprattutto, abbiano come obiettivo quello di diventare a tutti gli effetti italiani, condividendo i valori fondativi della sua Costituzione e rispettando la nostra cultura e le nostre tradizioni.
Poi c’è un’immigrazione per cui l’integrazione è più difficile. E’ l’immigrazione che viene dai Paesi di cultura islamica, dove si professano principi culturali, religiosi, politici, sociali e sul piano della giustizia antitetici ai nostri. Solo la parte più laica e aperta di questa immigrazione può integrarsi con maggiore facilità nella nostra società, mentre la maggior parte potrà certamente convivere in armonia con la nostra popolazione, ma solo se sarà fermamente chiamata dalle Istituzioni ad osservare le nostre leggi, senza sbandamenti multiculturali, a rispettare la cultura e le tradizioni del nostro Paese e ad osservare tutte quelle regole del vivere civile e sociale che consentono di mantenere rapporti non conflittuali tra le persone.
Tutto questo sembra banale, ma non lo è.
I nodi di una storica gestione permissiva e lassista del fenomeno immigratorio nel Paese ed in Emilia-Romagna, in particolare, stanno venendo sempre più al pettine, con l’esplosione di conflitti interrazziali ed interculturali ed episodi di intolleranza, del tutto prevedibili, ma che nessuno, tantomeno le Amministrazioni di sinistra, ha cercato di prevenire.
E non è certo con i grandi proclami, tanto retorici, quanto privi di contenuti e di effetti concreti, di cui si riempie la bocca la stessa sinistra, che questa tendenza verrà invertita.
Ciò che occorre è un’azione chiara ed incisiva delle varie Istituzioni e delle Amministrazioni locali che diano agli Italiani sicurezza e certezza dei loro diritti e che impongano agli stranieri percorsi precisi ed obbligati per la loro permanenza nel paese.
Come risulta evidente a tutti, le Amministrazioni di centro-sinistra, che si sono succedute a Cesena in questi anni, non hanno mai agito avendo come punti fermi questi obiettivi, tanto che non solo non si è fatto un passo avanti sulla strada della vera integrazione, ma soprattutto si sono acuiti i conflitti per l’occhio di riguardo che il Comune ha mostrato nei confronti della popolazione immigrata, in particolare clandestina.
Per quanto riguarda l’immigrazione clandestina, credo che le Istituzioni si debbano muovere per contrapporsi fermamente ad essa, visto che non possiamo consentire che vi siano centinaia migliaia di persone che vivono ai margini e sulle spalle della nostra società. L’Italia, e la nostra regione in particolare, vengono considerate luoghi di grande attrazione per l’immigrazione clandestina. Ed i motivi sono noti. Leggi troppo permissive ed applicate poco o male, Amministrazioni pubbliche irresponsabili, Forze politiche e sociali che usano strumentalmente ed ideologicamente gli immigrati clandestini.
La sinistra rifiuta di vedere i cambiamenti dovuti all’ondata migratoria e soprattutto non vuole ammettere in maniera oggettiva l’incidenza dell’immigrazione clandestina rispetto alla criminalità.
Il legame tra delinquenza e immigrazione clandestina è provato. La percentuale di stranieri denunciati è aumentata negli ultimi anni. Si tratta di un problema reale, e non di propaganda politica, che va affrontata dando risposte ai cittadini per evitare la diffusione di sentimenti di intolleranza xenofoba che si scatenerebbe se si continuasse con l’atteggiamento di inerzia mostrato soprattutto dalle Amministrazioni di sinistra.
Certo, non tutta l’immigrazione clandestina è sinonimo di criminalità, spesso i clandestini sono anche oggetto di sfruttamento per il lavoro nero o per altri turpi motivi.
In ogni caso, non è possibile continuare su questa strada. Nel giro di pochi anni, infatti, le nostre Città si troverebbero in situazioni di ancor maggiore degrado ed invivibilità.
E’ ora che le leggi vigenti vengano osservate da tutti gli organismi istituzionali e, nel caso, siano inasprite, allineandole a quelle degli altri Paesi europei.
Come è indispensabile che, di fronte all’attuale crisi economica che può determinare la disoccupazione di molti immigrati già residenti nel Paese, vengano contenuti i nuovi ingressi, limitandoli solo ad alcune professionalità.
Ci vuole un ripensamento delle politiche relative alla programmazione dei flussi, alle condizioni di accesso al permesso di soggiorno ed al contrasto dell’immigrazione irregolare e clandestina.
Alcune proposte:
1) potenziamento della vigilanza municipale sulla verifica dei regolari permessi di soggiorno;
2) ordinanze per l’allontanamento di accattoni e venditori abusivi;
3) verifiche e controlli nei confronti dei cosiddetti “matrimoni di comodo”;
4) contrasto al commercio abusivo su aree pubbliche del territorio comunale;
5) regolamentazione e controllo dei phone center;
6) requisito obbligatorio della residenza di almeno cinque anni sul territorio comunale per l’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica agli immigrati regolari;
7) aumento dei controlli igienico-sanitari degli immobili, per prevenire residenze fittizie da parte di stranieri immigrati;
8) aumento dei controlli sui posti di lavoro per contrastare la piaga del lavoro nero di immigrati in particolare clandestini.
Questione islamica: perché diciamo no alle moschee ed ai centri culturali islamici
“Tutte le guerre e le ribellioni nel mondo musulmano sono partite dalla moschea, il venerdì, il giorno di raduno dei musulmani, dopo la khutba, il discorso del mezzogiorno”. (Samir Khalil Samir, intervista a Bologna 7, 29 giugno 2007)
Sulla questione dell’insediamento di una moschea a Cesena la mia posizione è sempre stata di netta contrarietà.
Questa posizione non mette in discussione la libertà di religione, che rappresenta uno dei cardini condivisi della nostra Costituzione. Libertà di religione, tuttavia, non significa licenza di far proliferare moschee e centri culturali islamici sul territorio italiano, in un numero percentualmente non paragonabile alle persone che effettivamente li frequentano.
Tanto meno le moschee sono assimilabili alle Chiese, come qualcuno vorrebbe inopportunamente sostenere, sono, al contrario, qualcosa di assolutamente e radicalmente diverso.
Per cogliere il significato e la funzione della moschea bisogna uscire dalla mentalità occidentale e dalla tradizione cristiana, per entrare nella natura e nella storia dell’Islam.
E’ sbagliato e limitativo considerare la moschea un luogo di culto
Secondo la legge islamica, è possibile pregare ovunque, non è necessario andare in moschea neppure per le preghiere comuni, i musulmani non hanno necessità di intermediari per praticare il loro culto, né hanno sacramenti da rispettare all’interno di un luogo predefinito, come i cristiani.
Nella moschea si raduna la comunità per affrontare tutto ciò che la riguarda, non è quindi solo luogo della preghiera, ma ha funzioni politiche, sociali e culturali. Considerarla luogo di culto è sbagliato e limitativo. Ed è quindi fuorviante promuovere o concedere l’insediamento di nuove moschee nel nome della libertà di culto, visto che tali strutture non hanno funzioni esclusivamente religiose.
La questione preoccupante riguarda ciò che avviene all’interno delle moschee e, più genericamente, dei centri islamici insediati nel nostro Paese, e in generale in Europa, ed i motivi per cui si sta attuando in Italia, come in altri Paesi, una sorta di ‘occupazione’ sempre più capillare del territorio da parte dell’islamismo.
Come risulta evidente tutta questa problematica è assai complessa e coinvolge innumerevoli fattori.
Uno di questi fattori, di grande rilevanza, riguarda chi gestisce queste strutture. Come è noto, l’Islam non ha sacerdoti, patriarchi, vescovi e cardinali. Non ha neppure un’autorità giuridica simile a quella dei vescovi o del Papa, perché l’autorità dei capi religiosi musulmani è solo di ordine morale. C’è quindi una molteplicità di gruppi ed autorità locali che assumono decisioni autonome. L’Islam oggi si presenta quindi piuttosto disgregato, senza un interlocutore ufficiale. L’articolo 8 della Costituzione italiana prevede che i rapporti tra le confessioni religiose e lo Stato siano regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. Tutte le religioni, compresa la cattolica, sono sottoposte a questi patti d’intesa, tranne quella musulmana, che non ha una rappresentanza unica che la possa rappresentare, ma tante realtà, spesso in disaccordo al proprio interno.
Le moschee sono gestite da organizzazioni o associazioni islamiche ed all’interno della stragrande maggioranza di esse predicano imam autoproclamatisi, anche stranieri senza alcuna conoscenza del Paese ospitante, che diffondono, come è stato più volte documentato, principi anche profondamente contrari all’ordinamento giuridico italiano.
In Italia l’associazione maggiormente attiva nella creazione di moschee è l’UCOII, unanimemente considerata l’estensione italiana dei Fratelli Musulmani, un’organizzazione fondamentalista messa fuori legge in Egitto, dove è nata, ed il cui motto è “l’Islam è la soluzione” (di fronte a qualsiasi problema).
Rapporti di polizia e di intelligence, nonché tribunali italiani sono ricchi di documentazione al riguardo. L’UCOII, oltre a non condannare il terrorismo suicida, a diffondere l’antisemitismo e a propugnare la distruzione di Israele, ha come obiettivo non tanto nascosto quello di instaurare in Occidente una società islamizzata, plasmata sul diritto coranico.
Dentro le moschee gestite dall’UCOII, quindi, non si propugna l’integrazione, l’accettazione della cultura del Paese ospitante, il recepimento dei principi universali dei diritti umani, ma esattamente il contrario, la separazione, la diversità e l’isolamento dei musulmani, che non devono essere contaminati da una civiltà, quella Occidentale, considerata decadente e blasfema.
C’è quindi la motivata preoccupazione che molte moschee in Italia possano essere un serbatoio del terrorismo internazionale o comunque di forme di integralismo e di diffusione di una cultura che va contro l’integrazione.
E’ dall’estero, da Paesi musulmani, che arriva ed è finanziato il progetto di occupare capillarmente il territorio di punti di irradiazione dell’islamismo militante per giungere ad una futura (molto prossima) islamizzazione del sistema socio-giuridico europeo.
La situazione è molto grave: in certi Stati del nord Europa e perfino in Gran Bretagna, paesi che hanno conosciuto prima il fenomeno dell’immigrazione islamica, il processo è ad uno stadio avanzato. Ma anche in Italia si stanno compiendo passi da gigante a causa anche di una storica politica filoislamica che ci arriva in eredità dalla prima Repubblica e che affonda le proprie radici in un progetto di realpolitik europea (in realtà un suicidio culturale, sociale e politico del vecchio continente) ben descritto nel saggio di Bat Ye’or “Eurabia”.
Ma questa deriva ha altre motivazioni: non ultima l’ignoranza generalizzata su cosa sia veramente l’Islam, la strumentalizzazione ideologica che ne ha fatto la sinistra in chiave antioccidentale ed antiamericana, il terzomondismo militante del cattocomunismo e di certo associazionismo e volontariato, unito ad un perdurante antisemitismo, la sindrome di ‘Monaco’ che affligge Governi ed Istituzioni, che, in nome di una mal interpretata tolleranza ed acquiescenza nei confronti di richieste sempre più arroganti, cede in modo codardo di fronte alle pretese islamiche..
C’è anche chi propugna il dialogo con l’Islam, il che potrebbe andare bene, se, contestualmente, queste anime belle della tolleranza multiculturale non chiudessero gli occhi di fronte alla realtà pesante che vivono gli stessi musulmani nei loro paesi, alle persecuzioni dei cristiani e delle altre religioni, alla negazione dei diritti, alla violenza ed all’oscurantismo, che ammorbano la stragrande maggioranza dei Paesi islamici. Cercano il dialogo, ma non s’azzardano a chiedere ai loro interlocutori islamici ragione di quanto accade nel loro mondo, né pretendono che gli stessi si dissocino pubblicamente da queste violenze e manifestino contro gli Stati, la cultura e la religione che le perpetrano.
Un attacco culturale dell’islamismo all’Occidente
Nessuno può negare che sia in atto un attacco culturale dell’islamismo all’Occidente, che si traduce in una propaganda costante ed in una sorta di colonizzazione sociale e culturale (e politica), a cui l’Europa risponde in modo codardo, abbandonando la propria identità ed autocensurandosi per un falso rispetto dell’Islam, che, tuttavia, non rispetta altrettanto l’Occidente ed anzi mostra verso di esso ed i suoi principi basilari, come la libertà di parola e di opinione, un’arrogante intolleranza.
Di fronte alle pretese dei musulmani, nei Paesi europei e più in generale in Occidente si rinuncia a chiedere il rispetto dei diritti umani, in nome del buonismo, della tolleranza, della multiculturalità, di fatto per paura, non rendendosi conto che in ballo c’è la sopravvivenza della nostra cultura e della nostra specificità e la perdita dell’identità europea e del suo valore.
Si parla di crisi dell’Islam e della necessità di un suo aggiornamento, ma l’establishment islamico oggi maggioritario afferma che ciò si può attuare solo ritornando al passato, alla tradizione più fossilizzata che teme la modernità e si rifà alle norme millenarie più intransigenti.
Occorrerebbe, invece, che musulmani credenti ma più aperti e disposti ad un vero confronto ed acculturati nel mondo occidentale si ponessero come forza critica nei confronti dell’islamismo più radicale: purtroppo sono minoritari e spesso neppure sostenuti dallo stesso Occidente, che è pronto a criticare tutto, perfino i suoi principi fondamentali e le altre religioni, ma non l’Islam.
E l’Europa non è neppure più in grado di difendere la libertà di parola e di opinione di suoi cittadini messi a morte a causa delle loro idee dalle fatwe di imam radicali, che li costringono a fuggire dai loro Paesi o a essere uccisi.
C’è infine chi cerca di giustificare la violenza ed il terrorismo islamico come una reazione al mondo occidentale. In realtà la violenza islamista è una malattia interna al mondo musulmano, che deriva da una lettura letterale dei loro testi sacri, sostenuta dall’islamismo radicale. Che, a sua volta, diffonde un’educazione al fondamentalismo all’interno delle scuole e delle moschee che propongono la religione come soluzione a tutti i problemi ed il jihad come via d’uscita alla loro situazione.
E’ evidente che l’unica strada perché l’Islam abbia un posto nel mondo moderno è che assimili la modernità con la sua distinzione tra religione e politica ed il suo spirito critico. Un’occidentalizzazione che non rinneghi la fede.
Ma i segnali non sono incoraggianti. Di fronte alla questione islamica “l’Occidente avrebbe l’occasione storica di mostrare il volto migliore della laicità che sa distinguere, accogliere e confrontarsi con il patrimonio di spiritualità e umanesimo presenti nell’Islam come nelle altre religioni”, respingendo fermamente pratiche e fenomeni di arretratezza politica, civile, sociale e culturale tuttora presenti. La laicità avrebbe potuto e potrebbe ancora favorire l’evoluzione dell’Islam con l’obiettivo di emarginare la sua lettura più integralista, anche a fronte dell’immigrazione musulmana che, in parte, sarebbe aperta alla fruizione dei diritti dell’Occidente
Ma queste aspettative sono, in realtà, deluse perché l’Europa si dimostra incapace di assolvere questo compito storico e di fronte ai problemi del multiculturalismo balbetta, negando i propri valori e la loro tendenziale universalità. L’intellighentia culturale e politica italiana ed europea, compresa molta parte di quella cattolica, per un mal compreso senso di rispetto delle culture, si mostra remissiva nei confronti dell’islamismo più intransigente ed integralista, di fatto rafforzandolo e mettendo contestualmente in pericolo i tanti musulmani che lottano per un Islam moderno ed autenticamente pacifico.
Il caso di Cesena
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